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Usi della Vitamina D

Usi della Vitamina D

Il trattamento dell'ipovitaminosi D, ossia carenza di vitamina D, soprattutto in pazienti in età avanzata o con osteoporosi.

Dott. Pietro Gasparoni

Chi deve integrare la vitamina D?

Il trattamento dell’ipovitaminosi D, molto frequente nell’età avanzata e nei pazienti con osteoporosi, deve avvalersi dell’impiego della vitamina D3 (colecalciferolo) per via orale da somministrare durante o appena dopo il pasto.
 

Quale dose assumere?

Il fabbisogno di vitamina D, attualmente calibrato sul raggiungimento di livelli sierici di 25(OH)-vitamina D pari a 30-40 ng/ml, è di 800-1000 UI/die. Si può raggiungere un apporto massimo, attualmente consigliato, di circa 2000 UI/die in condizioni di severo deficit di vitamina D, minima od assente esposizione solare ed insufficiente apporto dietetico od assorbimento di calcio. Tali dosaggi non comportano la necessità di monitorare calcemia e calciuria.
 

Qual è lo schema di somministrazione?

Le proprietà farmacocinetiche della vitamina D consentono l’utilizzo di vari schemi equivalenti di somministrazione, oltre a quella giornaliera: dosi crescenti e con intervalli più lunghi tra le somministrazioni, che possono essere settimanali, mensili, bi-trimestrali, semestrali od annuali, con ovvi vantaggi sul piano della compliance (adesione) terapeutica.
 

Come iniziare il trattamento?

In caso di severo deficit di vitamina D è opportuno iniziare con un’alta dose, pari a 100.000-600.000 UI, per rifornire i depositi e passare poi ad uno schema di mantenimento di 800-2000 UI/die (o dosaggi equivalenti ad intervalli prolungati). A questi dosaggi non risulta necessario monitoraggio della calcemia.
 

Quando usare le forme idrossilate?

I metaboliti attivi, della vitamina D, in particolare i 1-25α-idrossilati (calcitriolo), devono essere impiegati solo in alcune condizioni patologiche: ipoparatiroidismo, insufficienza renale cronica (filtrato glomerulare <30 ml/min/1.73 m2), malassorbimento intestinale. Il loro utilizzo comporta la necessità di monitorare calcemia e calciuria almeno 2-3 volte all’anno.

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