"Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall' altruismo e dalla fantasia".
Le parole di De Gregori sembrano cucite addosso a Moreno Torricelli, per tutti "Geppetto" dato che, agli esordi della carriera, si divideva tra la professione di falegname e il campo da calcio.
La storia da "underdog" di questo atleta sembra la trama di un romanzo: giocava a livello dilettantistico (in serie D) quando il lavoro glielo consentiva. Ma ecco il colpo di scena che gli cambia la vita: in un'amichevole Trapattoni, storico allenatore della Juventus e della nazionale, nota le doti da fuoriclasse del difensore e, nel 1992, lo arruola tra i bianconeri.
Esordisce in serie A il 13 settembre di quell'anno in un match contro l'Atalanta vinto 4-1 dalla Juve che, in quella stagione, si aggiudica la Coppa UEFA.
È il primo di una serie di successi (dal '92 al '98 vince 3 scudetti, la Coppa Italia, la Champions League, l'Intercontinentale, la Supercoppa italiana ed Europea) che lo portano in Nazionale e, poi, alla carriera di allenatore dalla quale solo l'unico amore più grande del pallone poteva allontanarlo.
In seguito alla prematura morte della moglie, infatti, Moreno lascia il bordo campo per dedicarsi ai loro 3 figli, dando prova di quell'altruismo che, in campo come nella vita, caratterizza un vero campione.
Indice
1 Dalla lega dilettantistica alla Serie A: l’incontro che cambia tutto
Cosa ricorda di quell'amichevole in cui Trapattoni si accorse di lei?
"Un collaboratore dei bianconeri mi notò e organizzò un provino all'interno dell'amichevole Juventus - Pro Vercelli che mi cambiò la vita. In quell'occasione conobbi il mio idolo assoluto: Giovanni Trapattoni che, dopo un breve colloquio, mi arruolò in squadra".
Cos'ha provato in quel momento? Se lo aspettava?
"Assolutamente no. Lo speravo, ma non avrei mai pensato che la Juventus avesse bisogno di me. Volevo solo vivere della mia passione".
2 La passione per il calcio: dagli oratori ai sogni da bambino
Quando e come nasce la sua passione per il calcio?
"Affonda le sue radici nelle partite all'oratorio del paesino in provincia di Como da cui provengo. Un giorno, mentre guardavo mio fratello giocare, il suo allenatore mi ha invitato ad unirmi alla squadra. Era il desiderio più grande per un bambino che amava la competizione e sognava sfogliando l'album delle figurine e il calcio in tv"
3 Il soprannome “Geppetto” e la vita tra fabbrica e campo
A questo proposito, si dice sia stato Baggio a darle il soprannome di Geppetto...
"Lo fece perchè, dall'età di 14 anni fino al mio ingresso alla Juve, lavoravo come falegname in un mobilificio. Otto ore in fabbrica, e poi correvo sul campo da calcio ad allenarmi..."
4 Una carriera tra grandi vittorie e grandi campioni
In che modo la chiamata dei bianconeri le ha cambiato la vita?
"Da un giorno all'altro, sono passato da dilettante a titolare di una squadra tra le più blasonate al mondo, ho avuto la possibilità di giocare con i più grandi, emulando le gesta dei miei idoli (Cabrini, Gentile, Conti, Altobelli) e di vincere ogni tipo di trofeo. Cos'altro potevo desiderare?"
Qualche aneddoto particolarmente significativo che riguarda gli incontri, i compagni di squadra, la Nazionale?
"Potrei citarne mille. Ho giocato in un periodo in cui il campionato italiano era tra i più ambiti e offriva la possibilità di confrontarsi con i massimi livelli del calcio mondiale: Ronaldo, Gullit, Van Basten. E poi c'era il rapporto con i compagni: le amicizie, lo spirito di squadra, la voglia di stare bene insieme..."
Nessuna rivalità?
"Direi più sana competitività. Quella che ti spinge a dare sempre il massimo ed è inevitabile all'interno di una disciplina sportiva in cui non tutti possono essere in campo: se giochi tu, non lo faccio io".
5 Competizione e infortuni: il lato più duro del calcio
Ha subìto infortuni significativi?
"La rottura di crociati e menischi a distanza di 3/4 anni ha comportato un processo riabilitativo piuttosto lungo e complesso che contemplava fisioterapia, palestra, idroterapia, macchinari ed è risultato fondamentale".
6 Il momento più alto: la Champions League del 1996
Qual è stato il momento della sua carriera che l'ha resa più felice?
"Sono molti, ma il più significativo è stato la Coppa dei Campioni vinta con la Juventus nel 1996".
7 La malattia della moglie e il valore della medicina
Come ha vissuto la malattia e la scomparsa prematura di sua moglie? Che rapporto ha con la medicina da allora?
"È stato un periodo tragico, un lento calvario. La leucemia è devastante sia per il malato che per chi gli sta accanto, ma all'ospedale Careggi di Firenze ho avuto la fortuna di incontrare medici e personale sanitario competenti ed umani. Contro malattie come queste l'unica possibilità di salvezza è puntare sulla ricerca".
8 La scelta più importante: lasciare il calcio per i figli
Anche se lo ha fatto per la più nobile delle cause, non dev'essere stato facile lasciare il mondo del calcio... qualche rimpianto?
"Neanche uno. La professione di allenatore è splendida quanto impegnativa e, pertanto, incompatibile con tre figli piccoli da crescere. Portarli con me in giro per l'Italia sarebbe stato egoistico e li avrebbe destabilizzati ancora di più con continui cambiamenti di casa, scuola, amicizie. Ho scelto loro e non me ne pento".
Intervista di Barbara Carrer