Quel bruciore che sale dietro lo sterno dopo un pasto abbondante, il sapore acido che arriva fino in gola quando ci si sdraia: sono le manifestazioni più riconoscibili del reflusso gastroesofageo, uno dei disturbi digestivi più diffusi in assoluto.
Si stima che in Italia ne soffra, in forma occasionale o abituale, una persona su tre. Nella maggior parte dei casi non è una condizione pericolosa e si controlla bene con la terapia e con alcune modifiche dello stile di vita, ma quando i sintomi diventano frequenti è importante non trascurarli: un reflusso persistente e non trattato può infiammare l’esofago e, nel tempo, dare origine a complicanze. Vediamo che cos’è il reflusso, come si riconosce e che cosa fare.
Indice
1 Che cos’è il reflusso gastroesofageo
Il reflusso gastroesofageo è la risalita del contenuto acido dello stomaco nell’esofago, il canale che collega la bocca allo stomaco. Un certo grado di reflusso è del tutto fisiologico: capita a tutti, soprattutto dopo i pasti, e non provoca disturbi. Si parla invece di malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) quando gli episodi diventano frequenti o intensi al punto da causare sintomi fastidiosi (più di due episodi a settimana sono un’indicazione orientativa) oppure quando l’acido arriva a danneggiare la mucosa dell’esofago.
La differenza è importante: il reflusso occasionale legato a un pasto abbondante non richiede in genere alcun trattamento, mentre la malattia da reflusso merita una valutazione medica e una gestione strutturata.
2 Le cause: perché l’acido risale
Alla base del reflusso c’è quasi sempre un malfunzionamento dello sfintere esofageo inferiore, la valvola muscolare posta tra esofago e stomaco. In condizioni normali questa valvola si apre per far passare il cibo e si richiude subito dopo; se si rilassa troppo spesso o perde tono, l’acido gastrico riesce a risalire.
Diversi fattori possono favorire questo meccanismo:
- l’ernia iatale, cioè la risalita di una porzione dello stomaco attraverso il diaframma, che compromette la tenuta della valvola
- il sovrappeso e l’obesità, che aumentano la pressione addominale
- la gravidanza, per effetto combinato degli ormoni e della pressione dell’utero
- il fumo di sigaretta e l’alcol, che riducono il tono dello sfintere
- pasti abbondanti, cibi grassi, cioccolato, caffè, menta, cibi piccanti, che rallentano lo svuotamento gastrico o rilassano la valvola
- alcuni farmaci (ad esempio antinfiammatori, alcuni antipertensivi e broncodilatatori)
- lo stress e l’ansia, che non causano direttamente il reflusso ma possono accentuarne la percezione e la frequenza.
3 I sintomi tipici
I due sintomi caratteristici del reflusso gastroesofageo sono:
- la pirosi, cioè il bruciore localizzato dietro lo sterno, che tende a salire verso la gola e compare soprattutto dopo i pasti, chinandosi in avanti o da sdraiati
- il rigurgito acido, la risalita di piccole quantità di contenuto gastrico fino alla gola o alla bocca, con il tipico sapore amaro o acido.
A questi si associano spesso eruttazioni frequenti, sensazione di peso o dolore alla bocca dello stomaco, digestione lenta e nausea. I disturbi peggiorano tipicamente di notte o nelle ore successive ai pasti principali: la posizione sdraiata, infatti, facilita la risalita dell’acido.
4 I sintomi atipici: quando il reflusso non si fa riconoscere
Non sempre il reflusso si presenta con il bruciore. In una parte dei pazienti l’acido che risale irrita la gola, le corde vocali o le vie respiratorie e provoca disturbi che a prima vista non fanno pensare allo stomaco:
- tosse secca persistente, soprattutto notturna
- raucedine e abbassamenti di voce
- sensazione di nodo in gola
- necessità continua di schiarirsi la voce
- laringite ricorrente, fino a crisi simil-asmatiche
- dolore toracico che può simulare quello cardiaco.
Anche l’erosione dello smalto dentale può essere una spia di reflusso non riconosciuto.
Sono le cosiddette manifestazioni extraesofagee, che meritano un approfondimento dedicato: ne parliamo nell’articolo sui sintomi atipici del reflusso gastroesofageo. Il punto essenziale è che, davanti a questi disturbi persistenti e senza una causa evidente, vale la pena considerare anche il reflusso e, in caso di dolore toracico, escludere sempre prima una causa cardiaca.
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Dott. Giuseppe Parisi - gastroenterologia5 Le possibili complicanze
Quando il reflusso è frequente e non viene trattato, l’acido può infiammare la mucosa dell’esofago: si parla in questo caso di esofagite da reflusso, che si manifesta con bruciore più intenso e talvolta dolore alla deglutizione.
Nelle forme di lunga durata, una piccola percentuale di pazienti può sviluppare l’esofago di Barrett, una modificazione della mucosa che richiede controlli endoscopici periodici perché considerata una condizione a rischio di evoluzione. Sono buoni motivi per non rassegnarsi a “conviverci” quando i sintomi sono abituali: il reflusso ben gestito raramente arriva a queste conseguenze.
6 La diagnosi: quali esami servono
Nella maggior parte dei casi la diagnosi è clinica: la storia dei sintomi raccolta durante la visita gastroenterologica è spesso sufficiente per impostare la terapia. Gli accertamenti diventano opportuni quando i sintomi non rispondono al trattamento, quando sono atipici o quando compaiono segnali d’allarme.
Gli esami più utilizzati sono:
- la gastroscopia (EGDS), che permette di osservare direttamente esofago e stomaco, verificare la presenza di esofagite o ernia iatale e prelevare piccoli campioni di tessuto se necessario
- la pH-metria (o pH-impedenzometria) delle 24 ore, che misura quanti episodi di reflusso si verificano nell’arco della giornata e li mette in relazione con i sintomi
- la manometria esofagea, che valuta il funzionamento dello sfintere e della muscolatura esofagea, utile soprattutto in vista di un eventuale intervento.
7 Come si tratta il reflusso
L’obiettivo della terapia è duplice: ridurre l’acidità che risale e favorire il corretto svuotamento dello stomaco. Le opzioni, da modulare sempre con il medico, comprendono:
- gli antiacidi e gli alginati, utili al bisogno per neutralizzare l’acido e creare una barriera meccanica alla risalita: danno sollievo rapido nei disturbi occasionali
- gli inibitori di pompa protonica (PPI), i farmaci di riferimento nella malattia da reflusso, che riducono la produzione di acido e permettono alla mucosa di ripararsi; vanno assunti secondo le indicazioni del medico, che ne stabilisce dose e durata
- i procinetici, che accelerano lo svuotamento gastrico e migliorano il tono della valvola, indicati in casi selezionati.
La durata della terapia è variabile: in genere si parte da cicli di alcune settimane, poi si riduce gradualmente fino alla dose minima efficace. È importante non sospendere né prolungare i farmaci di propria iniziativa: l’uso cronico dei PPI senza controllo medico non è raccomandato, così come interrompere bruscamente un trattamento ben avviato.
Nei rari casi in cui la terapia farmacologica non basta e il reflusso è documentato dagli esami, può essere valutato l’intervento chirurgico antireflusso (fundoplicatio), oggi eseguito in laparoscopia in centri specializzati.
8 Dieta e stile di vita: i rimedi quotidiani
Le abitudini contano quanto i farmaci, e in molti casi bastano da sole a ridurre nettamente i sintomi:
- pasti più piccoli e frequenti, masticando lentamente, evitando le abbuffate serali
- non coricarsi prima di 2-3 ore dal pasto e, per chi ha sintomi notturni, sollevare la testa di 10-15 centimetri
- limitare gli alimenti che scatenano i sintomi: fritti e cibi molto grassi, cioccolato, caffè, menta, pomodoro, agrumi, cipolla, spezie piccanti, bevande gassate e alcolici. La sensibilità è individuale: più che eliminare tutto, è utile individuare i propri “trigger”
- perdere peso in caso di sovrappeso: è una delle misure più efficaci in assoluto
- smettere di fumare
- evitare abiti stretti in vita e gli sforzi a stomaco pieno.
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Dott.ssa Margherita Cendon - nutrizione9 Quando preoccuparsi e a chi rivolgersi
Il reflusso occasionale non deve allarmare. È invece opportuno rivolgersi al medico, e in prima battuta al gastroenterologo, quando i sintomi si presentano più volte a settimana da oltre un mese, quando disturbano il sonno o quando i farmaci da banco non bastano più.
Alcuni segnali richiedono una valutazione senza rimandare:
- la difficoltà o il dolore a deglutire
- il dimagrimento non voluto
- il vomito ripetuto o con tracce di sangue
- le feci molto scure
- un’anemia riscontrata agli esami
- la comparsa dei primi sintomi importanti dopo i 50 anni.
In questi casi la gastroscopia è l’esame di riferimento per chiarire la situazione.
10 Domande frequenti sul reflusso gastroesofageo
Quali sono i sintomi del reflusso gastroesofageo?
I sintomi tipici sono due: il bruciore dietro lo sterno (pirosi), che tende a salire verso la gola, e il rigurgito acido. Possono associarsi eruttazioni, digestione lenta, nausea e dolore alla bocca dello stomaco. Esistono anche sintomi atipici, come tosse secca persistente, raucedine, nodo in gola e laringite ricorrente.
Come si fa passare il reflusso gastroesofageo?
Si interviene su due fronti: stile di vita (pasti piccoli, niente pasti serali abbondanti, calo di peso, stop al fumo, testata del letto sollevata) e farmaci indicati dal medico, come antiacidi e alginati al bisogno o inibitori di pompa protonica nei casi più frequenti. La combinazione delle due strategie controlla i sintomi nella grande maggioranza dei casi.
Quali alimenti evitare con il reflusso?
I cibi che più spesso scatenano i sintomi sono fritti e alimenti molto grassi, cioccolato, caffè, menta, pomodoro, agrumi, cipolla, spezie piccanti, bevande gassate e alcolici. La sensibilità varia da persona a persona: è utile individuare i propri alimenti “trigger” invece di eliminare tutto indiscriminatamente.
Quando il reflusso deve preoccupare?
Quando i sintomi sono frequenti (più volte a settimana) e durano da oltre un mese, e soprattutto in presenza di segnali d’allarme: difficoltà o dolore a deglutire, dimagrimento non voluto, vomito ripetuto o con sangue, feci scure, anemia, primi sintomi importanti dopo i 50 anni. In questi casi serve una valutazione gastroenterologica con eventuale gastroscopia.
A quale medico rivolgersi per il reflusso gastroesofageo?
Il primo riferimento può essere il medico di famiglia; lo specialista del reflusso è il gastroenterologo, che valuta la necessità di esami come gastroscopia, pH-metria delle 24 ore e manometria esofagea e imposta la terapia più adatta.
Che differenza c’è tra gastrite e reflusso?
La gastrite è un’infiammazione della mucosa dello stomaco e dà tipicamente dolore o bruciore “in sede gastrica”, alla bocca dello stomaco. Il reflusso è invece la risalita dell’acido nell’esofago e provoca bruciore dietro lo sterno e rigurgito. I due disturbi possono coesistere, ma cause ed esami di riferimento sono in parte diversi.

